venerdì 31 dicembre 2010

Buon Anno, il solito augurio che va a farsi fottere

Buon anno
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a tutti gli uomini di buona volontà

Buon anno a tutti i poveri della terra perché di essi è il regno dei cieli
Buon anno a tutti i potenti della terra perché hanno già incassato il premio anticipato
Buon anno ai nostri governanti perché hanno bisogno del lume della saggezza
Buon anno anche agli oppositori se sono in buona fede in una opposizione costruttiva
Buon anno ai fratelli che si ritrovano perché hanno capito che dentro di loro scorre lo stesso sangue
Buon anno agli amici sinceri e anche a quelli che si sono allontanati
Buon anno agli operai e agli impiegati impegnati nel lavoro quotidiano
Buon anno ai disoccupati e ai cassintegrati e alle loro famiglie perché hanno davanti un futuro di merda
Buon anno ai sindacalisti perché Marchionne li ha rimessi con i piedi per terra
Buon anno a medici e pazienti, avvocati e detenuti, preti e fedeli, poliziotti e delinquenti perché gli uni non esistono senza gli altri
Buon anno a Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che ha il coraggio di ammettere che la riforma universitaria dovrebbe essere ancora più incisiva
Buon anno ai nostri militari in missione di pace all'estero perché rischiano la vita per quattro soldi e non sanno cosa sia la Fiom
Onore al caporal maggiore Matteo Miotto, 24 anni, di Thiene, caduto oggi in Afghanistan, che per i quattro soldi di cui sopra non ha visto nascere il nuovo anno
Buon anno a tutte le badanti straniere che accudiscono i nostri vecchi perché noi non abbiamo più tempo da dedicare ad essi
Buon anno a tutti gli extracomunitari onesti e laboriosi che fanno i lavori che noi non vogliamo più fare
Buon anno a tutti i nostri giovani perché il loro futuro è la gioventù, la più grande ricchezza che nessuno potrà mai toglier loro
Buon anno a tutti i pensionati italiani (quelli da 1000 euro in giù) che coraggiosamente riescono a sopravvivere ancora in Italia
e Buon anno anche ai pensionati bulgari che dovranno vivere con 150-200 leva.
Buon anno agli ebrei, agli islamici, agli atei, ai cattolici, ai protestanti, agli ortodossi, agli induisti, ai buddisti, agli animisti, ai mormoni, agli evangelisti, ognuno col suo dio, che hanno intenzione di migliorare questo schifo di mondo
Buon anno a Berlusconi, che ci sta provando in tutti i modi, ma non riuscirà a cambiare questa povera Italia
Buon anno a Bossi che ha saputo raccogliere sempre più consensi introducendo un federalismo fiscale che non si sa dove ci porterà
Buon anno a Bersani e al suo Pd con l'augurio che riescano a capire prima di tutto chi e cosa sono
Buon anno a Casini che da vecchio democristiano gioca anche con carte truccate
Buon anno a tutta quella immensa umanità non menzionata del cosiddetto terzo o quarto mondo fatta di poveri, derelitti, bambini malnutriti che muoiono a mo' di mosche, popolazioni trucidate, donne oggetto, morti ammazzati in nome di un dio, ecc. ecc. ecc. Ma quale Buon anno puoi augurare a questa gente che forse sarà morta prima che trascorra il primo giorno dell'anno? Mi vergogno persino a farli questi auguri.

E, visto che siamo a inizio anno, perché non togliersi un sassolino dalla scarpa, che mi dà tanto fastidio? Auguro le peggiori sventure politiche a Di Pietro perché è un boia giustizialista forcaiolo, a Fini perché non ho mai conosciuto peggior traditore, agli antiberlusconiani invidiosi per principio, ai comunisti che (unici in Europa) resistono ancora in Italia con l'intento di farci diventare “democraticamente” tutti uguali.

martedì 21 dicembre 2010

Albinoleffe-Piacenza: pareggio annunciato o truffa?

foto di A. Mariani/TuttoAtalanta.com
20 dicembre 2010, posticipo della 20^ giornata del campionato di calcio serie B.
Ci risiamo? Ovvero, è mai finita? Una volta l'arbitro, un'altra il giocatore, un'altra ancora il dirigente, e un'altra anche il destino: è mai possibile che il tifoso debba continuamente esser preso in giro? Se poi il tifoso è anche giocatore perché sulle partite si scommette, non solo è preso in giro ma viene anche truffato. Non servono a nulla, evidentemente, le condanne sia della magistratura sportiva che ordinaria, forse perché gli interessi e i guadagni illeciti sono superiori alle pene.
Chiunque, ieri, abbia consultato i siti delle agenzie di scommesse sportive, avrà notato che veniva quotato l'evento di serie C Verona-Paganese, mentre non veniva quotato l'evento di serie B (calcisticamente più importante) Albinoleffe-Piacenza. Ho trovato la quotazione solo su Totosì ma poi è stata tolta, l'ho trovata sul sito di Eurofutbol bulgaro a 1.95 l'uno, 2.60 il pareggio e 3.00 il due ma il gioco è stato bloccato, mentre l'evento è stato quotato da Bet365 con quote che chiamarle anomale è eufemistico: a 4.00 l'uno, 1.36 il pareggio, 9.00 il due.
Il risultato finale è stato 3-3.
Qualsiasi giocatore con cognizioni elementari del gioco e della classifica delle due squadre, cioè Albinoleffe e Piacenza, si sarà reso conto che nel cerchio delle quote qualcosa non quadrava affatto, e cioè quel pareggio dato alla quota di 1.36 che è persino inferiore a una quotazione di pareggio legale annunciato di alcune gare di fine campionato. L'evento di serie B che viene bloccato o non quotato, mentre è ovunque presente quello di serie C, il risultato finale che dà ragione a quella quota ridicola mi fanno pensare che il trucco c'è e si vede. Prima c'era la truffa, adesso cominciamo con la truffa sfacciata. D'altronde, oggi, in Italia, cosa si rischia?

lunedì 13 dicembre 2010

Cuccìa e Santa Lucia anche in Bulgaria














Ricorre oggi 13 dicembre la festa di Santa Lucia. A Lei, protettrice della vista, chiediamo di guidare i nostri passi, anche perché da questa mattina Pazardjik si è svegliata imbiancata dalla neve. La prima di questo autunno 2010. E anche quest'anno si mangia la cuccìa, il tradizionale piatto siciliano in onore della Santa. Spero che un giorno lo conoscano e lo apprezzino anche i bulgari. Il problema potrebbe arrivare a Natale, perché se continua così sarà molto difficile trascorrere le feste con il nostro amico Fabio a Yambol... Solo l'abilità di Adalberto su queste strade ci potrebbe condurre a destinazione. Speriamo bene...

martedì 30 novembre 2010

Sarai per sempre mio fratello

Le vicende della vita portano talora a scoprire e far emergere in noi i lati più tristi e bui delle miserie umane. Quando poi queste riguardano e coinvolgono il nostro stesso sangue e la nostra stessa carne, sentiamo e portiamo dentro uno struggimento che conduce via via il nostro cuore all'inaridimento e all'indifferenza verso coloro che dovrebbero essere il nostro doppio ego. Se guardiamo al breve corso della nostra vita, quale peccato od offesa grave abbiamo arrecato o ricevuto, per indurire così questo muscolo, capace di suscitare tante emozioni, viscerali passioni, felicità o sofferenze? A volte basta un equivoco, un'inezia, una parola male interpretata a scatenare quell'inferno interiore che sempre più si espande, impedendoci di uscire da un vortice che porta, se non all'odio, all'indifferenza.
Quando i consigli di cari amici – Egisto, Rosa ed Ettore – mi hanno spinto a telefonarti per rompere il ghiaccio sempre più spesso, ti ho chiesto, amato fratello mio, se fossi sempre tuo fratello, tu mi hai risposto “lo sono sempre stato”. Allora si è sciolto come neve al sole quel gelo che avevo dentro e scrivo tuttora con gli occhi lucidi ricordando quei momenti (caratteristica, invero, molto comune in me che mi “sbrodolo” alla minima emozione).
Così, come ti scrissi due anni fa, ti riscrivo adesso virtualmente, non per sconfessare quella lettera che conteneva, tra l'altro, momenti felici della nostra vita trascorsa insieme, ma per stemperare l'acredine con la quale ho attaccato alcuni lati del tuo carattere che ho sempre criticato. Dispostissimo, oggi, a chiederti scusa perché non sta scritto in alcun posto che tu debba sopportare il mio, che non è dei migliori.
Se la sofferenza ci ha fatto ritrovare, non vorrei che questa fosse la costante del nostro riabbracciarci. Mi sarebbe piaciuto trascorrere insieme i tanti momenti persi non di questi ultimi anni ma dell'intera vita. Non immagini quanto mi sei mancato e quanto avrei voluto mettere sotto i piedi questo maledetto orgoglio. Oggi sono tre anni da quando è morto papà. Spero che da lassù, insieme a mamma, ci facciano un sorriso e ci tengano uniti per sempre come adesso.
Sei arrivato con Menina per ritrovare il fratello sofferente e, in perfetto stile kafkiano, mia cognata si trascina dall'Italia una polmonite. Ripensando adesso a quei giorni e alla situazione surreale e drammatica venuta a crearsi, mi scappa da ridere. Ora che tutto è rientrato nella normalità, vorrei pregarti di riprogrammare il viaggio in Bulgaria insieme a Menina, per recuperare quegli attimi di spensieratezza, serenità e fratellanza che finora ci siamo lasciati sfuggire. Dopo la breve gita a Plovdiv, ci sono molti altri splendidi posti in Bulgaria che ci aspettano.

Pensi che abbia dimenticato? Ricordo... ricordo perfettamente quanto mi sei stato vicino e quanti viaggi per venire a raccogliere i miei resti, da Parma a Rovere a Pazardjik... Oggi che inizio a vedere il tramonto, sogno un giardino e due fratelli che, su una panchina, fanno un revival della loro vita, magari con due panini con la porchetta e un bicchiere di vino in mano, per togliere quel tocco di crepuscolare al paesaggio.
Se ti ho offeso (lo vedi quanto sono stronzo? sto usando ancora il “se”) perdonami, fratello mio. Era solo per lenire il mio maledetto orgoglio ferito, ma dal profondo del cuore sappi che anche tu, per me, “sei sempre stato mio fratello”.

domenica 28 novembre 2010

La grande distribuzione a Pazardjik


Circa venti anni or sono, al corso per l'iscrizione al REC (Registro Esercenti il Commercio). un relatore che spiegava la parte merceologica, ci avvertiva dei rischi che i piccoli esercizi commerciali alimentari avrebbero corso non appena la grande distribuzione avesse invaso il mercato. Me ne resi conto personalmente dopo circa due anni, quando a cento metri dal mio esercizio aprì un supermercato GS. Gli incassi giornalieri subirono nel giro di un anno un crollo verticale e la stessa cosa successe ad altri esercizi commerciali a carattere familiare che stavano nei dintorni; i più deboli chiusero, altri dovettero diversificare l'attività e specializzarsi in un particolare settore merceologico.
Temo che, dopo venti anni, la stessa situazione si verificherà molto presto a Pazardjik. Quando, nel giugno 2006, arrivai in questa città di circa centomila abitanti, c'era soltanto un supermercato della catena Billa e un altro più piccolo che si chiama Tarita. Da allora, progressivamente e nell'ordine, hanno aperto i battenti Kaufland, Plus, Penny e, il 25 scorso, ha aperto anche Lidl. Quest'ultimo, che ha iniziato l'attività con una promozione per i primi quattro giorni, sta creando non pochi problemi di viabilità e ordine pubblico. Per il terzo giorno consecutivo è possibile entrare soltanto facendo una lunga fila esterna per evitare le liti già avvenute il primo giorno. Migliaia di persone escono cariche di buste, come ancora non avevo mai visto.
Qualche volta ho provato a fare previsioni a lunga e media scadenza. Un paio di anni fa, in uno dei miei post, avevo pronosticato la scalata al Colle di Gianfranco Fini, ci stiamo accorgendo tutti che fine ha fatto la mia ipotesi.

La prima impressione che si ha della città di Pazardjik, per chi vi arriva per la prima volta, è che ci siano più negozi che abitanti. A questi vanno aggiunti quei poveri cittadini che, avendo l'orticello, cercano di arrotondare la misera pensione, vendendo per strada i prodotti che coltivano: patate, miele, marmellate, pomodori, cetrioli, mele, latte, ecc. Ho assistito, in questi due anni di crisi, all'apertura e chiusura di tantissimi negozi che cercano invano, nel commercio, di trovare una soluzione per arrivare a fine mese o migliorare la propria condizione economica.
Oggi stiamo assistendo anche qui ai risvolti della globalizzazione. La grande distribuzione si scanna per acquisire la clientela, con danni molto relativi, ma presto fagociterà tutti i piccoli commercianti che già faticano a pareggiare i conti. Anche la Bulgaria, come le altre nazioni dell'est, così come noi tanti anni fa, inizia a conoscere l'altra faccia della libertà, del capitalismo, del consumismo e del libero mercato.
Anche questa volta mi auguro di sbagliare le lugubri previsioni, ma l'esperienza mi suggerisce che sarà molto dura per i piccoli commercianti. Auguri a chi resta in piedi.

venerdì 26 novembre 2010

La sinistra italiana rilancia il sessantotto










Il nuovo gioco demenziale della nostra sinistra: BU BU!!!....  SETTETEEEE!!!!....


Se si vuole imparare la lingua italiana, non serve più, oggigiorno, andare a scuola; basta connettersi a facebook, che è nato luogo d'incontro studentesco, per apprendere e scrivere le più vergognose scelleratezze che offendono cultura e linguaggio. In effetti Fb è diventato oggi un coacervo di ignoranza, ideologie politiche, poeti e poetastri, pensatori, copiatori, aforisti, cazzari, bestemmiatori, anarchici, antiberlusconiani, pedofili, canzonettisti e pari avanti tutta barra a dritta...
Ho già avuto modo di scrivere della lingua italiana e della cultura in generale stracciate e messe sotto ai piedi da mezzo popolo di Fb. Nelle scuole e nelle università si contestano le riforme senza averne lette una riga, così... a prescindere; mentre nei concorsi pubblici si bocciano negli scritti il 100% dei partecipanti, tutti laureati... ma dove stiamo andando? Sarebbe urgente e improrogabile una riforma dei cervelli, ma ci arriveremo mai? Le proteste studentesche di questi giorni, sotto l'egida delle bandiere rosse, sono prove per un nuovo sessantotto e i risultati li abbiamo sotto gli occhi: Bersani, Granata, Di Pietro, Vendola sui tetti dell'università i nuovi Masaniello, Russo Spena esce dal sarcofago a sparar sentenze, la dicono lunga su dove andrà la scuola italiana.
Per un istante ho temuto che Bersani volesse buttarsi giù, così la sinistra avrebbe avuto un martire al posto di un cospiratore, strenuo difensore della scuola del “cioè”.
Esattamente 165 anni fa Gioachino Belli scrisse un sonetto italiano che sferzava l'ignoranza di una certa élite del tempo. Se il poeta fosse ancora vivo oggi lo dedicherebbe “ar popolo, ar comune e a chi commanna”. Ecco il sonetto:

Il saggio del marchesino Eufemio
A dì trenta settembre il marchesino,
d'alto ingegno perché d'alto lignaggio,
diè nel castello avito il suo gran saggio
di toscan, di francese e di latino.

Ritto all'ombra feudal d'un baldacchino,
con ferma voce e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrivonsi con due g come cugino.

Quindi, passando al gallico idioma,
fe' noto che jambon vuol dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.

E finalmente il marchesino Eufemio,
latinizzando esercito distrutto,
exercitus lardi disse, ed ebbe il premio.

Il dubbio che mi assale è se mettere una postilla al Belli laddove parla del “gallico idioma”, per spiegare, a laureati e non, che non è un riferimento al “chicchirichì del gallo”.

giovedì 25 novembre 2010

Le incerte giornate di Pazardjik

Venerdì 19 novembre
Guardo dalle mie finestre al terzo piano gli ultimi raggi di sole sparire inesorabilmente dietro i palazzi, mentre già si accendono le prime luci nelle case. Osservo le finestre illuminate del complesso ospedaliero con infermiere e dottori intenti al loro lavoro nei laboratori e nelle stanze dei pazienti. Oggi è stata una giornata tranquilla: prelievo del sangue, iniezione, le solite 6 pasticche, controllo pressione, ecocardiografia. Ieri ho fatto la prova da sforzo su una bici ultima generazione, ma come ciclista non ho ottenuto grandi risultati, per cui martedì prossimo, al Hygia, il dottor Bukov mi sottoporrà a una coronarografia. Da questo test penso dipenda il mio futuro prossimo. Sono fiducioso.

Continuo a guardare fuori distrattamente pensando a me e alla mia vettura e come il nostro corpo si possa paragonare a un'automobile. Siamo stati fortunati, io e la mia vecchia Tempra, due motori riusciti bene. Ma l'ordinaria usura dei pezzi, inevitabilmente ci porta, prima o poi, dal meccanico. La immagino adesso, parcheggiata sotto casa, e so che mi sta aspettando: “forza, Anto', l'ultimo sforzo e si riparte”. Ci vediamo tra qualche giorno, amica mia, non ti lascio sola. 
Lunedì 15 sono entrato in ospedale per verificare e completare il lavoro fatto 35 giorni prima. Nel tempo intercorso, le chiacchiere tra amici, le casistiche, i discorsi di chi ci è già passato, ecc., mi convincono ogni giorno di più che dovrò sottopormi a un ciclo di chemio: ok, come vuole Iddio... Nel frattempo sono passato da 30 a 5-6 sigarette al giorno. Mi dico bravo da solo. Le analisi preliminari dell'Ecg accertano qualche disfunzione al cuore che sarà valutata subito dopo l'intervento.
Esco dalla sala operatoria anestetizzato dal bacino in giù, tutt'intorno visi sorridenti, domattina via il catetere e si torna a casa: Ma... la terapia... la chemio... Niente, tutto a posto, pericolo superato! Controllo trimestrale per il primo anno, poi sempre a scalare nel tempo. Grazie a Dio, alla Madonna, a Padre Pio, e... grazie al dottor Velev che ha mantenuto la promessa, sono uscito senza grossi danni dal burrone in cui ero precipitato. Però...

Prima di essere dimesso dall'ospedale, la mia amica Darina mi accompagna, carico di vecchi e nuovi Ecg, dal dottor Stanchev, reparto cardiologico. Il medico, che dietro un viso austero con barba e pizzo, nasconde un sorriso bonario, dopo aver esaminato la documentazione e fattami una ulteriore visita, decide di ricoverarmi per ulteriori accertamenti il venerdì successivo. Doccia gelata per la compagnia. Darina già immaginava, ma Renata che mi segue sempre e Dora che traduce ci restano molto male, quanto a me nessun commento. Ingoio il rospo e mi preparo al prossimo viatico. Ricordo i pupi siciliani dell'adolescenza manovrati e resi vittoriosi o perdenti dal puparo. Ecco... i fili li tira lui, io posso solo sperare di avere il ruolo di Orlando vittorioso.
Tredici camere di degenza divise tra uomini e donne. A me tocca la tredicesima. Sulla porta non trovo il 13 ma la scritta izolator. Anche in Bulgaria c'è la credenza del 13 che porta male. Evidentemente sono simpatico ai bulgari, perché è l'unica stanza decente, con un solo letto più uno per eventuale accompagno, dotata di bagno privato interno. La classifico subito “suite dei vips”. Le altre sono tutte a 4 letti con due bagni esterni in corridoio, per uomini e donne. Arrivano Renata e Dora a portarmi qualche genere di conforto culinario. Quando vanno via Dora, passando davanti al bagno degli uomini, esclama: “Mamma mia, che puzza di capra!...”. Ho voluto accertarmene mentre ne usciva uno zingaro. Sono entrato e, pur essendo nuovi e puliti, ho dovuto constatare che mai parole sono state così vere. Per quanto concerne i pasti devo sinceramente dire che, pur essendo pasti ospedalieri, sono commestibili. L'unica cosa orrida che ho buttato nel secchione è stato una specie di risotto al sugo: colla.
A differenza della stanza di “Urologia”, questa ha finestre in alluminio nuovissime (montate, però, alla bulgara), alle pareti mattonelle bianche, insomma molto più decorosamente povera della precedente, resa tale con materiali nuovi e riciclati. Mi accorgo – ma non dò a vederlo – che mi viene fatto un trattamento particolare rispetto agli altri pazienti. Anche qui, forse, è la prima volta di un italiano e vogliono almeno addolcirmi il soggiorno. Apprezzo molto e ricambio con molti blagodarià e merci. Sono certo che anche dal lato terapeutico faranno tutto quanto è nelle loro possibilità per rimandarmi a casa soddisfatto della sanità bulgara. Degli altri pazienti non parlo non perché non mi interessi, ma non voglio ledere la loro privacy e non ci capiamo e poi perché l'ospedale e la salute sono gli argomenti più tristi di cui si possa parlare: in ogni caso il percorso per arrivare a standard europei accettabili è ancora molto, molto lungo. (Una cosa che mi incuriosisce molto è il numero di rom che si vedono negli ospedali sia per terapie che per ricoveri. Mi sembra che la minoranza rom sia attorno al 4,5% della popolazione bulgara. La cosa strana è che in questi luoghi gli utenti ospedalieri siano come minimo 40% rom e 60% bulgari).

Nella vita di ognuno di noi disgraziati comuni cittadini c'è sempre un “però” che riesce a rovinare anche i momenti più belli. Ma questa volta, per me, non sarà così. Le peripezie in cui sono incappato mi hanno riportato affetti che credevo perduti per sempre e invece erano sopiti sotto un leggero strato di cenere, scoppiando d'amore alla prima scintilla. Un affetto sincero e spontaneo, talora anche immeritato, che ricambierò per tutta la vita. Non sarà questo “però” a intaccare i momenti meravigliosi di pace interiore, di serenità e di amore, che il mio cuore sta attraversando.
Questo stesso cuore, che oggi mi dicono malandato, domani sincronizzerà i suoi battiti con tutte le persone cui voglio bene e con coloro che mi vogliono bene, non ultimi gli operatori sanitari bulgari che fino adesso mi hanno accolto nelle loro strutture non come un comune paziente, ma come gradito ospite da curare al meglio.
Sicuramente, alla fine, tutto si risolverà in modo positivo, perché lassù – ne sono certo – sono parecchi ad amarmi, ma se dovesse andare diversamente, la battaglia del cuore l'avrò vinta comunque, perché dentro c'è rimasta solo la parte migliore: l'amore.

P.S. - Per gli italiani residenti in Bulgaria – perché sappiano come comportarsi in questi malaugurati casi - voglio precisare che oggi 24 novembre sono uscito dall'ospedale Hygia (che è il corrispondente di una nostra clinica privata convenzionata), dove ieri mi è stata praticata una coronarografia. Sono stato obbligato a un giorno di degenza necessaria alla mia sicurezza. Durante il ricovero mi hanno fatto anche il solito prelievo di sangue, un'ecocardiografia, due elettrocardiogrammi, colazione pranzo e cena di buona fattura, professionalità e gentilezza da parte di tutto lo staff sanitario. All'uscita mi hanno dato la terapia da seguire, e dato che questi medicinali dovrebbero essere alla stregua dei salvavita, mi hanno consigliato l'iter da seguire: sono andato alla Sdrava Kasa a comprare il Libretto delle Ricette (Rezepturna Knijka na hronichno bolnia) (3 leva), l'ho portato al medico curante che vi ha elencato i medicinali di cui ho bisogno, ho riportato il Libretto alla Sdrava Kasa per la registrazione e convalida e da oggi ho diritto allo sconto. Adesso, per favore, non fatevi una risata. In farmacia ho pagato per due farmaci 28,50 leva. Ho chiesto quanto avrei dovuto pagare senza questo documento e la farmacista mi ha risposto che ho risparmiato 5 leva. Il prossimo mese le comprerò direttamente senza fare tutta questa tiritera. Ho voluto raccontare il fatto pensando a quanto siamo fortunati noi, in Italia, nel settore sanitario. Tra un mese dovrò tornare per un controllo. Il ricovero e le cure al Hygia mi sono costati in tutto 25 leva. Se mi dovessero chiedere oggi un giudizio sulla sanità bulgara risponderei: più che positivo per quanto riguarda i medici (naturalmente è un giudizio molto soggettivo). Assolutamente negativo per l'acquisto dei medicinali. Qui, ancora, si riesce a morire per una medicina che non si è in grado di comprare, e vogliamo parlare di Europa?

venerdì 12 novembre 2010

Un post scriptum per il “Califfo”

Nella trasmissione pomeridiana “Pomeriggio sul due”, condotta da Caterina Balivo, ho assistito, oggi, alla rettifica della notizia apparsa qualche giorno fa nella quale Franco Califano chiedeva l'applicazione della legge Bacchelli alla sua persona.
Oggi, caro Franco, sappiamo finalmente che qualche amico che ti vuole troppo bene, ha tratto conclusioni sbagliate da discorsi fatti in casa tra amici e del tuo rammarico di non aver mai comprato una casa, per cui ha pensato bene di aiutarti facendo circolare la notizia di aiuto appellandoti alla legge Bacchelli.
Ho sentito la tua secca smentita, dovuta anche al fatto che non sai neanche chi è questo “signor Baccelli” e questo mi è bastato per capire che eri sincero. Hai ripetuto che ti sei mangiato tutto quanto hai guadagnato, che ti basta quello che guadagni e che non rinneghi nulla della tua vita, hai ripetuto che non hai mai chiesto niente a nessuno e anzi molte volte hai dato. Oggi ho capito quanto sono stato ingenuo a credere a quella notizia, perché nelle tue parole ho riconosciuto il vero Franco Califano (forse - se mi permetti – oggi reso anche un po' “rinco” dall'età), l'uomo e il personaggio che ha vissuto la sua vita controcorrente senza pentimenti e remore.
Le parole dure della mia lettera erano dovute alla delusione provata per un uomo e un artista che ho sempre ammirato. E' doveroso per me chiederti scusa, grande Califfo. Ascoltandoti mi sono reso conto che sei rimasto sempre il Franco Califano originale, nell'arte e nella vita.
Tutto il resto – come tu sai bene - è noia.

mercoledì 10 novembre 2010

Lettera aperta a Franco Califano

Caro Franco, ho appreso dalle cronache il tuo accorato appello per avere dallo Stato, per il tramite della legge Bacchelli, un aiuto finanziario, onde poter continuare a vivere decorosamente la tua vecchiaia. In effetti sei stato e – se mi permetti – sei ancora un poeta, che ha scritto e cantato cinquanta anni di musica, sei autore di testi portati al successo dai più grandi cantanti italiani e hai dato deliranti emozioni a milioni di fans, sei stato scrittore e attore nel cinema e nei fotoromanzi, giustamente oggi sei chiamato maestro e hai onorato l'Italia nel mondo. La notizia mi ha addolorato non poco, conoscendo i tuoi trascorsi ed essendo da sempre un tuo grande estimatore.
L'età, però, e indubbiamente anche la sofferenza per quanto gli è accaduto, non possono aver cambiato così quell'uomo che ha fatto sognare generazioni di giovani. Tu sei stato il nostro mito giovanile, quello che ognuno di noi, ogni giorno, nella vita, avrebbe voluto essere: il latin lover circondato sempre da favolose ragazze, macchine di lusso, alberghi cinque stelle, invidiato dagli uomini e adorato dalle donne. Hai dato tutto e tutto ti è stato dato. O forse no. Forse qualche torto lo hai ricevuto dallo Stato, che per due volte ti ha fatto frettolosamente conoscere le patrie galere, ma assolvendoti poi in giudizio.
Se fossi nato in Inghilterra, probabilmente oggi saresti baronetto. A Borbona ti hanno intestato una piazza. L'Università di New York ti ha insignito della laurea honoris causa in filosofia “per aver scritto una delle più belle pagine della canzone italiana”, sei stato definito il “cantante maledetto”, il “Prévert di Trastevere” e hai ricevuto tantissimi premi in omaggio alla tua arte. Tutto questo però non porta denaro sul tuo conto, che in ogni caso oggi avresti già speso. Non hai seguito la filosofia della formichina che forse solo una compagna di vita poteva aiutarti a trovare.
Forse sei stato sfortunato. Una volta hai detto che “l'amore non si cerca, capita”. E io, quel giorno in via Pasquale II, che ti portai una serie di campionari di partecipazioni di nozze che mi avevi chiesto, pensai che forse quell'amore, finalmente, era capitato. E invece no... per l'ennesima volta ti sei defilato. Oggi la solitudine, le spese folli, lo sperpero dei tanti soldi guadagnati, ti stanno presentando il conto e tu, invece di rispondere con il coraggio e la filosofia che ha contraddistinto la tua vita, ti arrendi come un qualunque cacasotto? Caro Franco, non ti riconosco più, ci hai traditi tutti!
Da quello che leggo la Siae ti riconosce ventimila euro l'anno per diritti di autore. E di cosa ti lamenti? Pensi di non farcela? Neanche immagini quanta gente, in Italia, vive o è costretta a vivere con molto meno! Tu almeno puoi dire che la tua vita, quella giovane, quella che conta, te la sei goduta. La maggior parte delle persone questa fortuna non l'ha avuta. E poi, posso dirti una cosa? A una certa età si è disposti a rinunciare agli optionals, basta vivere e avere la salute, quella che in questo momento ti manca ma che presto recupererai, e in ogni caso le spese sanitarie in Italia sono gratuite.
Non so, caro Franco, se ti assegneranno il vitalizio che chiedi o se trovi, probabilmente, dei mecenati disposti ad aiutarti. Te lo auguro perché ti voglio bene, anche se sono convinto che non è giusto. Se invece dovessero risponderti nisba, allora contattami, posso sempre consigliarti di trasferirti in Bulgaria, dove mi trovo e vivo decorosamente con la mia compagna, con una pensione di dodicimila euro l'anno. Qui, con i tuoi diritti Siae, puoi permetterti anche la badante, visto che non hai mai voluto una compagna di vita. Se poi non ti dovesse andar bene questa proposta e vuoi vivere a Roma, sei padronissimo di restare, ma per favore, non chiedere nulla, ne va della tua dignità e di cinquanta anni di “vita spericolata” vissuta controcorrente all'insegna dell'anticonformismo.


lunedì 8 novembre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

Il vuoto dentro

Apatia. Apatia e indifferenza. Da quando la bestia è uscita allo scoperto, mi accorgo che mi sto lasciando andare. Non rabbia, non imprecazioni né frustrazioni esterne ma semplice abbandono, dolce come un anestetico. Combatto le naturali reazioni emotive esterne con l'inerzia più totale. Succede, talora, di svegliarsi con un braccio o una mano “addormentati”. Ecco, mi trovo in questa condizione. Il cervello comanda alle dita di muoversi, ma queste sono assenti e prive di forza.
So che devo reagire e attendo di giorno in giorno un segno in tal senso. Intorno a me affetto e amore che mi spronano, devo assolutamente uscire da questo pericoloso torpore. Sono trascorsi ventitre giorni e la settimana prossima dovrò rientrare in ospedale. Forse è l'attesa di questo consapevole ignoto a rendermi così abulico; in contrapposizione ho ripreso a fumare quelle sigarette che i primi giorni avevo ignorato... ecco, adesso la spengo. O forse è solo vigliaccheria, aver vissuto sempre in buona salute, paura di quel lungo viale semibuio che sto percorrendo, non sapere se in fondo c'è una panchina o un burrone.
Dieci giorni, altri dieci giorni e poi dovrò affrontarti, bestiaccia maledetta, non voglio sapere come ti chiami né di che razza sei... ho ancora tanti progetti e non sarai certamente tu a vanificarli, anzi! Se è vero che il bene vince sempre sul male, proprio tu mi hai ricongiunto ad affetti dai quali mi ero allontanato, che adesso voglio godermi per sempre nella loro interezza.

giovedì 21 ottobre 2010

Quella lunga giornata a Pazardjik - 2

Giovedì 7 ottobre, ore 6,15
Arriva Maria con l'infermiera per misurare la temperatura. Tutto a posto. Giro lo sguardo nella stanza. Camicia, giubbotto e golf appesi alla spalliera di una sedia mentre i pantaloni li ho appoggiati sul comodino accanto. Fortunatamente sono il padrone della stanza. Darina è stata brava a imbucarmi in una stanza libera. Infermiere e ausiliarie sono molto gentili. Sul comodino la bottiglia di minerale ancora integra, bicchiere, telefonino e sigarette (per fumare bisogna uscire nell'androne). Croissants per eventuale fame (ma non posso mangiare), asciugamani e carta igienica, posate e tovaglioli portati da casa, che non avrò occasione di usare.


INUTILE OGNI COMMENTO
Alle sette sento finalmente il bisogno di scaricare le eccedenze, la tensione accumulata aveva bloccato ogni stimolo. Entro in quello che dovrebbe essere il bagno per i pazienti. Antibagno con una fila continua di lavandini cui sono attaccati un'infinità di altri tubi, un angolo fa da deposito ai secchi per le pulizie, di fronte due cessi con due porte che non si chiudono, nel primo a destra non funziona lo scarico che è sigillato, in quello a sinistra si entra al buio perché manca la lampadina. Mi affido, sempre più in cuor mio, alla bravura dei medici e alla gentilezza delle infermiere, anche perché non potrei più scappare. Qui tutto quello che circonda il paziente è difficile possa essere da supporto alla sua guarigione.
In Italia siamo arrivati ai diritti del malato, in Bulgaria basterebbe solo il diritto alla dignità della persona. E' difficile dover accettare e digerire condizioni igieniche da quarto mondo. Tanto di cappello alla dignitosa povertà, ma sullo schifo igienico negli ospedali non si può passar sopra, ne va della salute del paziente, che l'ospedale ha il dovere di preservare, e della stessa dignità degli operatori sanitari che vi operano. Sto parlando di questo ospedale e di tanti altri nelle stesse condizioni, ma vi sono anche realtà diverse in quelli nuovi o privati. Né penso che l'Italia sia ancora del tutto esente da queste vergogne.
Entra un'ausiliaria che cerca, con scopa e straccio, di rendere decente un misero pavimento coperto dal linoleum. Adesso è spiovuto e dalla finestra mi arriva il cinguettio di qualche passerotto. Mi sono buttato sul notes per occupare il cervello e dimenticare le latrine. Guardo l'orologio: 7,45, alle nove dovrei entrare in sala operatoria, ma niente intorno a me fa supporre il prossimo evento. Smetto di scrivere e aspetto mentre in lontananza sento il vociante chiacchiericcio di due infermiere.
Passano Maria e un'infermiera che sa qualche parola d'italiano. Hanno finito il turno e vengono a salutarmi e farmi gli auguri. Esco a fumare una sigaretta. Rifletto che probabilmente sono il primo italiano scemo ad operarsi in questo ospedale, o il più incosciente. Una vecchietta obesa con una busta in mano, con passo malfermo si avvicina all'ingresso, probabilmente viene a trovare il marito ricoverato. Butto la sigaretta e rientro nella mia stanza.
Mentre passeggio nervosamente arrivano Renata e Sevda e poi anche Darina che ci consiglia di mettere al sicuro orologio, portafoglio, cellulare, ecc. C'è la possibilità che possa entrare qualche zingaro/a a far man bassa. Vorrei ricominciare a scrivere, ma entra una bella signora che non conosco, è l'anestesista... Devo andar via, a dopo, spero...

(queste annotazioni riprendono dopo alcuni giorni)
La sala operatoria è un enorme stanzone separato da tre pannelli divisori a giorno ad indicare ogni singola postazione. Mi fanno spogliare e nudo dalla cintola in giù mi fanno sedere sul letto operatorio, l'anestesista mi pratica una iniezione alla schiena e poi mi stendono a gambe ginecologicamente divaricate. Attorno a me sei infermiere che trafficano sorridendo. In qualsiasi altra occasione mi sentirei ridicolo, ma sono talmente teso e nervoso da non ricordare neanche la posizione in cui mi trovo. Dopo dieci minuti non sento più le gambe. Nella sala è un andirivieni continuo, sembra la hall di un albergo, e io dovrei essere il protagonista principale dell'opera; un'infermiera mi domanda in un italiano stentato se sento dolore... no, non sento niente, si accende un monitor a colori e assisto all'intervento che il dottor Velev sta iniziando.
Mi sembra di assistere a un film, seguo dei meandri sconosciuti, un filo con una specie di anello in punta taglia o brucia quelle che per me appaiono come alghe bianche appese alle pareti; il tutto si protrae per un tempo, per me, interminabile, poi inizio a sentire qualche dolore perché l'intervento è più lungo del previsto. Evidentemente passano all'anestesia totale, perché, dopo essermi lamentato del dolore, passo quasi subito tra le braccia di Morfeo...

CON IL Dr. DIMITAR VELEV
Mi sveglio, agitatissimo, nel letto della mia camera, farfugliando parole sconnesse e imprecando per il dolore. Una squadra di calcio dev'essersi allenata con le mie palle. Mi somministrano degli antidolorifici e dopo un'oretta entro in un dormiveglia meno agitato. A parte fastidi e dolori connessi all'operazione sembra che tutto sia andato bene. La notte è stata lunghissima ma il mattino successivo il dottor Velev mi trova in buone condizioni. Alla mia domanda quando pensa di dimettermi mi risponde che posso uscire anche subito, ma portandomi dietro il catetere. Aiiòòò!!! Mi mandano a fare una radiografia con il tubo di drenaggio e dopo due ore sto già a casa. Per inciso il costo totale del mio ricovero è stato di 96 leva che dovrebbe essere la spesa per il tubo di drenaggio.
Non so come né quando finirà questa storia, perché il danno è serio e vecchio, ma voglio e devo ringraziare pubblicamente Dimitar Velev, il giovane medico che mi ha operato, e tutto lo staff della sala operatoria, perché – pur nella ristrettezza di mezzi e scadimento ambientale – sono stati validi professionalmente e meravigliosi nell'accoglienza.
Il seguito è storia che interessa solo me. Probabilmente a Plovdiv, dove è stata mandata in esame la mia biopsia, calendarizzeranno i controlli ai quali dovrò sottopormi periodicamente, forse cambierà anche il mio modo di vivere, ma questo fa parte della dinamicità della vita. E così è arrivata la prima volta anche per me.
Restando sempre in tema di sanità bulgara, molto probabilmente (ma dovrò accertarlo prossimamente) molti medicinali, che in Bulgaria sono a pagamento, mi saranno riconosciuti gratuitamente, mentre penso di risolvere presto anche un altro problema che riguarda i cittadini italiani residenti in Bulgaria. Infatti, indubbiamente per mia ignoranza, per ottenere l'assistenza sanitaria nazionale bulgara, ogni mese ho versato per quattro anni una somma che è variata nel tempo dalle 6,60 ai 16,80 leva. Bisogna, invece, richiedere alla vecchia Asl di appartenenza o all'Inps per i pensionati, il formulario del mod. S073 che sostituisce il mod. E121, e presentarlo al servizio sanitario bulgaro. Questo documento dovrebbe dare diritto all'assistenza sanitaria senza dover pagare alcunché. Nel momento in cui queste notizie diventeranno realtà ne darò notizia in appendice al blog.
(Per inciso, per i pensionati, mi sento di dover fare un appunto all'Inps e alla farraginosità della nostra burocrazia e dei nostri diritti. L'Inps e la Asl di appartenenza, che sanno che siamo residenti all'estero, perché non procedono automaticamente inviandoci il documento di cui si parla? Forse quel mostro chiamato burocrazia, vuole movimentare un po' questa nostra vita troppo sedentaria...).

lunedì 11 ottobre 2010

Quella lunga giornata a Pazardjik

Mercoledì 6 ottobre, ore 16.30. Renata e Sevda mi hanno accompagnato e dopo mezz'ora sono già andate via. Resto solo nella camera 3.50x4.80. Tre letti, tre comodini in ferro, tre bracci per flebo, un televisore a ore, un minilavabo sormontato da un piccolo specchio, un enorme vecchio finestrone a vetri riparato da una grata in ferro, il tutto nei colori bianco su pareti giallognole. Chiamare spartani la stanza e l'arredamento è un eufemismo, qui invero si respira una dignitosa povertà, coperta dalla vernice bianca che vorrebbe nascondere la ruggine.
Sono entrato all'ospedale civico di Pazardjik, risalente al regime di Todor Jivkov, un ammasso di costruzioni fatiscenti che lentamente, ma molto lentamente, si cerca di rendere presentabili. Domattina dovrò essere operato per un non meglio precisato (per il mio scarso bulgaro) tumore o cisti o escrescenza o che diavolo sia alla vescica. Il silenzio della stanza è rotto dalla pioggia che da ieri cade sulla città. Ben poca cosa rispetto ai nubifragi abbattutisi su Liguria e Toscana. Dalla finestra una stradina che corre lungo l'isolato, alberi e aiuole ancora fiorite che qui non mancano mai, sovrastati da un cielo ancora chiaro ma plumbeo. Tra poco il buio coprirà tutto e resterà lo scroscio dell'acqua che continua a scendere copiosa.
Un tavolo e due sedie non menzionate prima contribuiscono a riempire la stanza. Da qui annoto queste righe per non pensare a domani e dare un po' di sfogo al magone che quatto quatto sta avvolgendo il mio stomaco. Per chi, nel corso della vita, è entrato negli ospedali soltanto per far visita a parenti e amici o donare talvolta il sangue, esservi ospite per la prima volta da paziente è dura. Anche il più piccolo intervento di routine intimorisce quanto un trapianto di cuore. E poi il cervello, che non puoi spegnere, pensa: andrà tutto bene e continuerò la vita come prima o entrerò nell'elenco delle tante vittime della malasanità, dove si può morire anche per la rottura di un braccio o l'asportazione delle tonsille? Sì, ma questo succede in Italia. E se succede in Italia, figuriamoci in Bulgaria... Non conosco le statistiche degli ospedali bulgari, ma prego che – nonostante le strutture obsolete e fatiscenti – vi siano almeno, a far da contrappeso, buoni medici.
Inizia tutto martedì scorso. Mi sveglio presto e, prima ancora di mettere sul fuoco la caffettiera preparata la sera prima, mi infilo nel bagno per svuotare la vescica. Noto sulla tazza del gabinetto una goccia rossastra. Mi era già successo alcuni mesi prima di orinare sangue, ma il giorno in cui il medico di famiglia mi prescriveva le analisi del caso, nello stesso pomeriggio espellevo naturalmente un piccolo calcolo, e tutto è finito lì. Adesso questa nuova goccia mi riporta all'esperienza precedente. Infatti orino di nuovo sangue, ma questa volta per l'intera giornata. Tutto questo, associato ad altri piccoli bruciori durante la minzione, mi fa correre dal medico che mi prescrive due ecografie: renale e prostatica.
Un lev di ticket al medico e un lev per le ecografie all'ospedale Eskulap (sono pensionato e ho diritto alla riduzione). L'ospedale si trova di fronte alla palazzina dove abito, quindi sono contento di poter fare casa e bottega. L'ecografia renale va bene ma appare qualcosa di anomalo in quella prostatica. Lo specialista dice a Nadia, l'amica bulgara che mi ha accompagnato per la traduzione, che bisognerebbe fare una risonanza magnetica per avere più certezze. Non so quando imparerò qualcosa di accettabile della lingua bulgara, nel linguaggio prettamente medico e tecnico, poi, non voglio neanche pensarci. Per la risonanza bisogna pagare un ticket di 63 leva. Occhei. Il giorno dopo, al piano superiore, mi trovo steso su una base che mi porta entro un semicerchio che mi sovrasta, zum tac zum tac, avanti fermo indietro, davanti agli occhi led bianchi gialli e verdi che si accendono in alternanza quasi ipnotizzandomi. Un'ora prima di stendermi su quell'aggeggio ho dovuto bere mezzo litro di cicuta fornitami dall'ospedale gratuitamente, adesso occorre iniettare ancora un liquido che dovrebbe essere di contrasto. Occhei, altre 45 leva.
Dopo un'ora abbiamo il risultato della risonanza. Lo specialista analizza i risultati e mi consiglia di fare una cistoscopia e una biopsia da mandare a Plovdiv per l'esame. Prendiamo appuntamento, anche per riprendere fiato, per il martedì successivo alle ore 8.30 a digiuno. Altre 82 leva.
Queste righe, lette d'un fiato, potrebbero passare quasi inosservate. Invece è trascorsa quasi una settimana, con uno stato d'animo difficile a descrivere, pensieri che si accavallano e offuscano il cervello, e d'un tratto mi rendo conto di quante cose avrei voluto fare e non ho fatto, rimane ancora in sospeso il progetto per il quale è cambiata la mia vita, e dentro sento un vuoto che in questo momento nessuno può riempire, perché sono solo, solo con me stesso. Faccio un sorriso o una battuta di circostanza agli amici che mi fanno coraggio, rientro a casa e sento – a pelle – la paura di chi ha condiviso con me questa vita che avrebbe potuto essere serena ed accettabile e che invece, proprio per le sue poliedriche sfaccettature, si sta rivelando anche disgraziata e colma di incertezze e di dolore. Ci guardiamo negli occhi senza parlare. Colgo un attimo di disattenzione mentre sta cucinando. Le vado dietro, la giro verso di me e ci abbracciamo. Ci stacchiamo con gli occhi lucidi, sempre in silenzio.
Va bene, è andata come è andata. Bisogna accettare quello che arriva. Supererò senz'altro la prova. Domani ritornerò all'Eskulap e vediamo cosa succede. E invece no. La scena cambia alle nove di sera.
Su skype ci telefona Darina, moglie del nostro amico “carabinero”, al quale avevo confidato – incontrandolo tre giorni prima – i miei problemi. Darina è figlia dei nostri amici bulgari Velo e Maria e oltre a essere anche amica nostra, è caposala al reparto Urologia dell'ospedale civico, mentre la madre è ausiliaria nello stesso reparto. Non riusciamo a capirci, per cui chiama a Roma la cugina Tania, anch'essa nostra amica, che, a sua volta, traduce cosa vuol dirci Darina: “Domani Antonio non deve andare all'Eskulap. Digli, per favore, di venire assolutamente da me in ospedale domattina alle ore 10 e vediamo insieme cosa bisogna fare”.

IL MIO LETTO ALL'OSPEDALE
Dopo lunghe tergiversazioni e discussioni, decido di saltare l'appuntamento all'Eskulap e il giorno dopo, alle 10, vado all'ospedale civico accompagnato da Renata e Sevda. In ogni caso, in un momento così delicato, avere amici che mi stiano così vicini è un grande conforto. Darina ci presenta il dottor Dimitar Velev, un giovane medico di 37 anni, dall'aspetto simpatico e rassicurante, al quale facciamo vedere la documentazione acquisita fino a quel momento. Mi fa subito un'altra ecografia prostatica. Un ulteriore, vecchio esame manuale, esclude qualsiasi problema alla prostata, confermandomi invece quello alla vescica. (Per molti anni ho temuto questo famigerato “dito al culo”, accorgendomi – in cinque secondi al massimo – che non solo non viene meno la nostra mascolinità, ma forse potremmo comprendere meglio le “diversità”).
Il dottor Velev mi conferma che bisogna operare, rassicurandomi che con un piccolo intervento con il laser si dovrebbe risolvere tutto. Mi domanda se voglio farmi operare nell'ospedale scusandosi per il dissesto dell'ambiente e mi dice che, volendo, posso andare in qualsiasi altro ospedale più moderno. Le parole e la sicurezza di questo giovane medico mi convincono delle sue capacità professionali più che ogni altra moderna ed accogliente struttura.
Ero già entrato altre volte in questo ospedale a far visita ad amici ricoverati e ricordo di aver pensato che se un giorno vi fossi entrato come paziente, sarei morto prima di entrarvi. E invece eccomi qua, unico ospite nella stanza. Sono quasi le dieci, l'ospedale è immerso nel silenzio, spengo la luce e sento solo il rumore delle gocce che battono sulla finestra, che il buon Dio continua a mandare, forse, per accompagnarmi in questa lunga notte, mentre il riverbero di un lampione vicino irradia nella stanza una luce quasi soffusa...
Domani sarà un altro giorno.
(Questo post, probabilmente, avrà un continua..., che spero di poter raccontare con animo un po' più sereno).         

giovedì 30 settembre 2010

Il faro, il suo guardiano e il vento

Nell'ambito del rapporto e dell'affetto che mi portano a scrivere, su questo blog, dell'Italia e della Bulgaria, voglio segnalare il libro di Nikolai Petev Il faro, il suo guardiano e il vento, edito dalla Casa editrice Spirali di Milano. L'Autore, presidente dell'Unione degli scrittori bulgari e dell'agenzia di stampa Sofia-Press, presenta uno spaccato di storia e tradizione bulgara, rapportandolo alle vicende odierne fino all'ingresso nella Comunità Europea.


Nikolai Petev
Il faro, il suo guardiano e il vento




Anno: 2009
Pagine: 262
Dimensioni: 14x21
Rilegatura: brossura con alette
Collana: l'alingua

Riporto una recensione di Giusy Favalli:
Racconti dalla Bulgaria nel pieno della crisi economica. E di valori.
Questa raccolta di saggi, introduzioni, presentazioni di autori e considerazioni etico-politiche, ha il pregio di essere un'ottima nota descrittiva di una Bulgaria nel pieno della crisi economica e di valori.
Un libro che vuole essere un'interrogazione sul futuro del Paese in un periodo di stacco che va dal comunismo al mercato libero, cercando di non perdere di vista i valori che un contesto intellettuale cerca di serbare ad ogni modo, tentando di valorizzarne il senso e l'impegno, cercando di far accrescere nel lettore quella voglia che lo porterà ad approfondire la cultura e la vita della gente della Bulgaria.


Dalla quarta di copertina
In queste cronache, in questi saggi e in questi racconti si delineano i momenti essenziali della storia della Bulgaria. Emerge il quadro di una nazione vivacissima in cui risuonano le gesta e le opere dei grandi, una terra ricca di cultura e di letteratura che, sotto il giogo turco, fu baluardo della tradizione europea. L'autore si interroga sul futuro del proprio paese, analizza gli esiti del periodo detto “di transizione” dal comunismo al mercato libero, ribadendo con vigore i valori intellettuali, preziosi ancora oggi. Invita ciascuno a scoprire la cultura bulgara. Porta a riflettere intorno agli errori in cui molti sono incorsi, presentando le questioni vitali dell'etica del popolo bulgaro.

sabato 25 settembre 2010

... e pensi di avermi convinto?



La montagna ha partorito il topolino. Anche in Bulgaria trepida attesa del discorso che avrebbe fatto, a mo' di Bin Laden, con un video messaggio sul web. Tutti a sussurrare: meno male, adesso parla, adesso ci dice finalmente come stanno le cose, adesso sapremo la verità. I servi del Berlusca finalmente avrebbero avuto pan per focaccia, dopo il can can che hanno fatto chiedendo a gran voce le dimissioni del Presidente della Camera, che aveva avocato a sé il detto latino Castigat ridendo mores. Il moralizzatore aveva promesso che avrebbe riso bene chi avrebbe riso ultimo.
Forse ha preferito il video messaggio per evitare la calca dei giornalisti, che dopo due mesi di silenzio non potevano perdere lo scoop. Ha dimenticato, il mio ex-Presidente, che nel video messaggio non c'è contraddittorio o domande indiscrete. Dopo il preambolo, usato per accusare Berlusconi, di averlo cacciato dal Pdl, ho dovuto bere un gran bicchiere d'acqua, perché le risate mi hanno mandato un boccone di traverso. Mi sono detto: “questo ha il travertino in faccia”, ma evidentemente i ventisette anni di politica lo hanno reso morbido e quasi tenero.
Dopo due mesi di assordante silenzio, il minimo che potessi dire, caro ex-Presidente, era che tuo cognato ti ha preso in giro, che forse sei stato ingenuo e avresti dovuto essere più accorto. Sapevamo che avresti detto tutto questo, scaricando sul bamboccio le responsabilità; d'altronde, dopo i favori che tutta la famiglia ha avuto in Rai per tuo tramite, avrebbe ben potuto sopportare questo peso, anche perché credo che del travertino, nella famiglia, se ne faccia largo uso.

Abbiamo dovuto aspettare due mesi per sentire che tu, ex-Presidente carissimo, ti tiri fuori e hai la coscienza a posto? Non so come andrà a finire con Berlusconi, perché in politica si fa tutto e il contrario di tutto, ma permetti a me, che non sono un politico ma ho sempre fatto il “tifo” per te, di dirti che non credo una parola di quello che hai detto, anche se nella dialettica e nel savoir faire sei sempre stato talentuoso.
Tu sapevi e non potevi non sapere. Se questo è valso per gli altri, a maggior ragione dovrebbe valere per te. Se fosse vera la tua tesi, possiamo dare la terza carica dello Stato a uno sprovveduto che vende un appartamento a Montecarlo per 300.000 euro? A Roma, al quartiere di Tor Bellamonaca, costerebbe di più...
Schioda il culo da quella poltrona, perché non la meriti, parola di un tuo ex gran tifoso.   

martedì 21 settembre 2010

Parliamo un po' di questa Europa "xenofoba"

I demagoghi della tolleranza... sempre e comunque!
Le elezioni svedesi della settimana scorsa hanno riportato in primo piano i problemi che stanno affliggendo l'Europa da alcuni anni. La coalizione di destra del primo ministro svedese Frederik Reinfeldt ha vinto, per la seconda volta consecutiva, le elezioni, raggiungendo il 49,2%. Mentre si reputa quasi scontato che, in una nazione considerata da sempre socialista e riformista, continui a vincere e governare il centrodestra, desta scalpore che i Democratici di Svezia – la cosiddetta estrema destra xenofoba – superi la soglia del 4% ed entri in parlamento con il 5,7% dei voti e 20 parlamentari.
Cosa è successo? E' affiorata la punta di un iceberg? Siamo tornati al razzismo, all'odio inconsulto contro i nostri simili? Dobbiamo essere preoccupati, oggi in Europa, per questi rigurgiti xenofobi? Personalmente è da qualche anno che lo sono, ma per ben altri motivi.

mercoledì 1 settembre 2010

Il mullah Gheddafi cerca seguaci tra le donne

Speriamo finiscano presto le polemiche sulla visita in Italia del colonnello, pardon, leader Gheddafi. Quale nazione meglio dell'Italia, patria del gossip, poteva fare da cassa di risonanza alle stravaganze di questo personaggio? Se non lo conoscessimo come il dittatore che da 40 anni governa sulla Libia in modo assoluto, potremmo scambiarlo per un attempato eccentrico sceicco, cui piace circondarsi di belle donne, che siano chiamate hostess o amazzoni.
Al contrario del mio amico Lupi, preoccupato dal fatto che le frasi di Gheddafi sono pericolose proprio perché non ne avvertiamo la gravità, io penso che il leader oggi sia diventato uno dei pochi amici islamici dell'Italia e dell'Europa. Sembra un controsenso, ma se pensiamo che una volta la sua Libia era considerata uno degli Stati canaglia, da allora sono stati fatti passi da gigante.

venerdì 27 agosto 2010

Chiesa Cattolica e castità farisaica

I nostri giovani non possono certo conoscere, se non raccontate, le vicissitudini e la povertà del nostro dopoguerra. Oggi c'è il diritto-dovere dell'istruzione ed è normale prassi per quasi tutti i bambini, andare a scuola almeno fino ai 14 anni, cioè la licenza di terza media, poi si decide se continuare a studiare o intraprendere un mestiere.
Sessanta anni fa, una volta finite le elementari, se i genitori ne avevano la possibilità, facevano continuare gli studi ai loro figli, altrimenti questi ultimi venivano avviati subito al lavoro. Ed erano già fortunati perché molti bambini iniziavano a lavorare senza aver mai visto un banco di scuola. Nella mia Sicilia, allora – e nel Sud in generale – povertà e analfabetismo camminavano quasi sempre appaiati.
Molti genitori trovavano la soluzione al problema, mandando in collegio il bambino che aveva finito le elementari. Si adduceva la scusa della vocazione sacerdotale e il gioco era fatto. E vocazioni ce n'erano tante, almeno quanto la povertà! Penso che un buon 40% di questi alla fine diventavano preti, gli altri si perdevano per strada. Mentre da noi, oggi, la crisi delle vocazioni è all'apice, la Chiesa adesso fa proseliti nei Paesi poveri del mondo.