lunedì 20 gennaio 2014

Magia e bolle di sapone accompagnate dalle specialità del Maramao a Plovdiv


Quando l’amicizia virtuale diventa realtà
Il giorno in cui Alfonso Sergio mi chiese l’amicizia su Facebook mai avrei immaginato che potesse sfociare in una memorabile serata al Ristorante Maramao di Plovdiv.  Dopo aver acquistato il mio libro Scoprire la Bulgaria, mi scrisse che gli era piaciuto molto e che avrebbe voluto incontrarmi il giorno in cui sarebbe venuto a Plovdiv.
Il 4 gennaio ebbi finalmente il piacere di conoscerlo, insieme alla sua compagna: un bel ragazzo, alto, corporatura un po’ robusta, occhi che esprimevano bontà. Decidemmo di fare una passeggiata in centro e prendere un caffè. Fu così che Alfonso, tra un sorso di caffè e l’altro diventò Mago Fofficino. Seduti al tavolo del bar allietò quei momenti con i suoi giochi di prestigio, fin quando non ci alzammo per andare a pranzo al Maramao, il ristorante italiano di via Stefan Verkovich che già conoscevamo sia io che Stella. Anche lì il pranzo fu intervallato dai suoi giochi di magia davanti ad altri commensali. Non riesco a dimenticare la meraviglia e il viso stupito di una bambina che assisteva. Prima di andar via c’era già un accordo preliminare tra Alfonso e Gabriele, il proprietario del ristorante, per una probabile serata imperniata tra giochi di magia e una buona cena.
Alfonso, figlio di un medico di base, vive a Cava dei Tirreni con la compagna bulgara di Plovdiv, Stella, una ragazza dal sorriso dolcissimo e occhi vivaci, due lauree inutilizzate nel cassetto, mentre lui ha seguito la passione di una vita, la magia, l’illusionismo, un’arte per tutte le età, che forse non lo ripaga in termini economici per la sua bravura, ma gli regala spesso la felicità negli occhi e nel sorriso dei bambini, molte volte affetti da gravi patologie.

Arte culinaria e arte magica
E così il 16 gennaio tutti uniti, italiani e bulgari, per assistere allo spettacolo di illusionismo e degustare le specialità culinarie di Freddy, lo chef, che seppur debilitato per una recentissima operazione, ha saputo dare il meglio di sé con piatti veramente succulenti. Ristorante strapieno, diviso in quattro tavolate, due bulgare e due italiane, mentre nella zona centrale troneggiava il tavolo magico con gli attrezzi di lavoro di Mago Fofficino, che aveva ai lati altri tavoli con una nidiata di bambini a fare da cornice. Dopo aver fatto il giro fra tutti i tavoli a meravigliare i commensali con i suoi giochi di prestigio veramente notevoli, il Mago ha superato se stesso con lo spettacolo finale delle bolle di sapone. Applausi fragorosi ad ogni figura e strilli di gioia e di emozione dei bambini attorno. Nel corso della serata ha voluto, troppo buono!, anche rendermi omaggio presentando il mio libro ai commensali presenti, che ne hanno approfittato con numerose richieste.
Una serata veramente piacevole e divertente che ha riunito italiani e bulgari nel plauso e nell’applauso al made in Italy della magia e della buona cucina. Mago Fofficino, alias Alfonso Sergio, tornerà presto in Bulgaria per partecipare al Bulgarian’s Got Talent, con la speranza di continuare a meravigliare anche il popolo televisivo. Durante la sua vacanza, con i suoi numeri, ha allietato anche i bambini con problemi gravi e abbandonati dalle famiglie, ricoverati in una struttura di Asenovgrad, evento riportato con grande rilievo anche dai giornali.
Qui sotto una galleria fotografica della serata:
























sabato 18 gennaio 2014

Qualcosa che dovremmo imparare dalla Bulgaria?

La Bulgaria – si sa – è considerata la cenerentola d’Europa, sia perché è una piccola nazione, ma soprattutto perché è considerata la più povera dell’Unione. Ma qualche volta anche i più piccoli possono insegnare ai grandi e dare quegli esempi legislativi positivi che ogni popolo si aspetta dai suoi governanti.
Il caso specifico, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri nel nuovo codice penale, riguarda l’evasione dei contributi previdenziali, che diventa un reato punito con la reclusione. Il problema riguarda i datori di lavoro che non versano i contributi dichiarati per i propri dipendenti, ma in questo caso, la pena è solo in termini di interessi maturati, ma soprattutto attacca vigorosamente chi pratica il lavoro nero. Questa piaga sociale, in Bulgaria, adesso viene punita con una pena carceraria che aumenta in modo graduale in base all’ammontare del tempo dell’evasione, e cioè: per l’evasione di contributi previdenziali superiori a 25 stipendi mensili minimi (4.345 euro), il datore verrà condannato a 6 anni di reclusione; per l’evasione pari a 50 stipendi mensili (8.690 euro) la pena è di 8 anni di reclusione; quando l’evasione supera i 100 stipendi mensili (17.380 euro) la pena sarà di 12 anni. Per gli ultimi due casi lo Stato potrà confiscare anche la metà dei beni del datore di lavoro.
Di questa lista fanno parte anche i casi in cui i lavoratori sono assunti senza contratto di lavoro o con contratti a progetto, quando lo stipendio dichiarato non corrisponde a quanto effettivamente pagato, e i casi nei quali vengono presentate false documentazioni.
I contributi previdenziali, in Bulgaria, sono pari al 30,3% della retribuzione, il 60% dei quali a carico dei datori di lavoro, e il rimanente 40% a carico dei lavoratori. Secondo gli esperti della materia ciò significa che anche il lavoratore potrà essere punito proporzionalmente al datore di lavoro.
(Questo post è stato liberamente tratto dall’articolo di Lilia Rangelova su “Bulgaria Oggi” del 16-01-2014).


Non sono esperto in materia, ma leggendo l’articolo ho avuto subito l’impressione che in Bulgaria, sulla piaga del lavoro nero, si voglia fare sul serio. In Italia, come al solito, ci sarebbero mille modi per combatterlo, ma nessuno può avere l’efficacia di una legge che ti manda in galera se provi a fregare il lavoratore e lo Stato, e credo candidamente che continuerà così per sempre, per due semplici ragioni: al nostro Stato dei lavoratori non interessa assolutamente niente, e i lavoratori vedono lo Stato non come difensore e paladino dei propri diritti, ma piuttosto come un oppressore. E’ stato sempre così fin dall’unità d’Italia, che non fu un’aggregazione o un abbraccio, ma un’annessione forzata al regno sabaudo, e continua ancora fino ad oggi con l’annessione all’Europa delle banche. Mi sono sempre domandato – ma non so ancora darmi una risposta - se Garibaldi e Prodi siano stati veramente un liberatore e uno statista o due mercenari, e in questo caso per quali forze occulte abbiano lavorato.

martedì 14 gennaio 2014

Anche “Le Iene” alla scoperta della Bulgaria

L’e-mail di giovedì 8 gennaio diceva: Ciao, sono Umberto Alezio, autore del programma “Le Iene” di Italia 1, ho letto un articolo che ti riguardava, nei prossimi giorni arriveremo in Bulgaria per un servizio sui pensionati italiani che vengono a vivere lì. Se mi mandi un tuo numero di telefono potremo sentirci direttamente a voce. Ovviamente il servizio è positivo e le interviste durano soltanto pochi minuti, ti sarei grato se potessi segnalarmi eventuali contatti di italiani in pensione che vivono anche a Sofia o altrove.
Per un paio d’ore sono rimasto a pensarci. Le interviste delle Iene non possono paragonarsi alle consuete interviste, del tipo L’Arena di Rai 1 o Ballarò di Rai 3, perché chi conosce questo programma sa quanto sono graffianti e dissacratori i loro servizi. Alla fine rispondo dandogli il mio numero.

Alla camera Umberto Alezio che riprende Enrico Lucci mentre mi intervista

Domenica pomeriggio 12 gennaio stavano già a casa mia a Pazardjik, accompagnati in macchina da Leo Bianchi, un italiano quarantenne, personaggio famoso e amato in Bulgaria, dove vive, per aver vinto nel 2005 l’edizione bulgara del Grande Fratello. Le Iene camminano in coppia e questa volta sono Umberto Alezio ed Enrico Lucci, quest’ultimo più conosciuto di Umberto perché mentre questo ne è autore e ne cura la regìa, l’altro intervista. La povera Renata, la mia compagna, non stava più nella pelle, perché dopo aver ammirato Lucci in tante delle sue diaboliche interviste in Tv, averlo a casa in carne e ossa non le sembrava vero. Per me, invece, il piacere di parlare con due giovanotti, bravi e normali in tutto e per tutto, ma che riescono con faccia pacioccona e candida, a penetrare l’animo delle persone che hanno di fronte, che infine scoppiano e tirano fuori tutto il veleno e la rabbia che hanno ingoiato per anni.

L'intervista di Lucci a Adolfo Gattini

Non so quanti minuti dureranno le interviste, né se taglieranno dei pezzi, ma indubbiamente non hanno la tenerezza di un linguaggio bonario. Finita la mia intervista, Lucci si è rivolto all’amico Adolfo che era anche lui a casa mia: “Scambiamo quattro chiacchiere anche con te? Ti va?”. E Adolfo: “Sì, va bene, due cose brevi”. Quando le quattro chiacchiere erano diventate un fiume di parole miste ad improperi, Lucci, sempre col suo tono di voce serafico gli dice: “Ammazzete!!! E meno male che dovevi dire due cose brevi!! Con te c’è da stare attenti, col nome che porti!”. Naturalmente è venuta fuori una risata generale, e subito partenza per Ognianovo dove ci aspettava Alvaro. Anche qui le presentazioni, la storia personale, i motivi per cui si trova qui, ecc., e di nuovo partenza per Sofia, dove al ristorante di Leo Bianchi li aspettavano già altri pensionati con il loro fardello di storie da sviscerare e il motivo per cui si sono trasferiti in Bulgaria, che poi – per tutti – è sempre lo stesso: continuare a vivere decorosamente la propria vecchiaia.

Leo Bianchi mostra il mio libro "Scoprire la Bulgaria"

Quando il servizio andrà in onda lo inserirò nel blog e su Facebook, sperando di non incorrere nell’ira o nella vendetta dei nostri beneamati governanti, per non essere stati, forse, abbastanza teneri nei loro confronti o nel sistema Italia.

Anche i miei scritti sono più radi. Me ne scuso con lettori ed amici, abituati a vedermi più spesso imbrattare il bianco delle mie pagine, ma comincio a sentire l’impegno un po’ gravoso, mentre alcuni ani fa era solo un piacere. Forse la crisi italica inizia a riflettersi anche sulla mia penna.

Renata tra Umberto Alezio ed Enrico Lucci


A casa di Alvaro Castellini dopo l'intervista. Si riparte per Sofia







lunedì 16 dicembre 2013

Che senso ha...

Si  può combattere contro la prepotenza, la delinquenza o l’ingiustizia? Forse sì, se si è con armi pari o superiori, altrimenti siamo destinati a soccombere. Scoppio dalla rabbia e temo un travaso di bile perché impotente e lontano, ma se avessi un fucile o una pistola potrei diventare anche assassino.
Telefono a mio figlio a Roma, domando come sta e mi dice che oggi sta a casa, gli chiedo come mai e mi risponde che ha avuto un incidente.
Potete immaginare la mia preoccupazione pensando subito a un incidente stradale. L’incidente, invece, riguarda tutt’altra questione. E’ intervenuto per pacificare e dividere delle persone che stavano accanendosi su un ragazzo con calci e pugni. E’ finita che hanno cambiato bersaglio massacrandolo di botte. Dentro di me ribolle qualcosa che mi sta facendo scoppiare il cervello per l’impossibilità di poter fare qualcosa. Domando se è andato all’ospedale, mi risponde di sì, è stato portato con l’ambulanza al pronto soccorso e poi è tornato a casa. Gli chiedo se ha fatto denuncia e chi fossero quei delinquenti, ma mi risponde che non ha voluto fare alcuna denuncia. Alle mie insistenze mi risponde che in ogni caso non la farà.
“Perché non la fai? Questa è gente che va punita e deve pagare per quello che ha fatto. Domani faranno la stessa cosa con altre persone, e sarà sempre peggio, e la passeranno sempre liscia!...”.
“Papà, quando faccio la denuncia e chiedo pure i danni, cosa pensi che succeda? pensi che questa gente la mettano in galera? pensi che sia finita lì?... questa gente viene subito rilasciata in attesa di un eventuale processo tra qualche anno, io intanto ritorno a casa e da quel giorno, sia la mattina quando vado al lavoro, sia la sera quando ritorno, dovrò sempre guardarmi le spalle o dovrò andare in giro con un’arma che non ho né potrò mai avere né voglio avere, mentre loro possono rimassacrarmi di botte o addirittura ammazzarmi, perché non è che a me daranno la scorta perché sono stato malmenato da questa teppaglia e li ho denunciati… che devo fare, papà? Pensi sia meglio fare la denuncia?...”.
Lunghissimo silenzio, mentre le mie pupille vorrebbero schizzare dagli occhi. “Ci sei, papà?”. “Sì, figlio mio, sono qua… ma non so cosa risponderti, vorrei stare lì con te, vorrei trovare uno sfogo alla mia rabbia, vorrei avere ancora la pistola… forse diventerei un assassino…”.  “Lascia stare, papà… tra qualche giorno sarà passato tutto, ti passo Jessica…”.
Un inutile discorso continua con mia nuora, anch’essa distrutta e arrabbiata, ma arresasi al volere di mio figlio. Mi dice che quando lo ha visto non lo riconosceva. Se penso poi che mentre mio figlio veniva pestato, la gente passava osservando quasi indifferente a quello che vedevano, mi domando come si possa ancora vivere in una società che non conosce più l’umanità, la solidarietà, l’aiuto davanti a eventi simili, affrettando il passo anzi, per non essere coinvolti.
Che senso ha oggi vivere in Italia? Devo ritenermi fortunato perché vivo in Bulgaria o forse potrebbe succedere anche qui? Che cosa ci sta rendendo così aridi? Siamo tornati nella giungla, o meglio nel Far West, ma Far West solo per i delinquenti perché non devono rendere conto delle loro malefatte, mentre i cittadini normali, quelli onesti, lo devono subire questo Far West. Ha ragione mio figlio a subire per paura di rappresaglie dopo? Ho ragione io a volere un’arma e farmi da solo quella giustizia che lo Stato non mi darà mai?

Forse abbiamo torto e ragione tutti e due? Perché in uno Stato che funziona, chi subisce un torto è giusto che sia ripagato senza timori di ritorsioni, evitando l’eventuale reazione della vittima, per la quale questo Stato applicherebbe subito la pena più severa. E di vittime che hanno reagito abbiamo avuto anche numerosi esempi, così che da vittime, per lo Stato si diventa carnefici, dacché per le vittime vere non esiste Far West ma solo giustizia. Cornuti e mazziati.

domenica 15 dicembre 2013

Quando, se scendi nelle piazze con il Tricolore, nessuno ti riconosce...


Nel  mio post del 10 dicembre scorso avvisavo Matteo Renzi che il movimento dei forconi era già in piazza e che bisognava far presto per evitare possibili spargimenti di sangue. In effetti, da allora, la protesta monta ogni giorno di più, spargendosi a macchia d’olio in moltissime città. E’ iniziata sotto la falsa identità che ne davano giornali e televisione, cioè il solito conosciuto movimento dei forconi, partito qualche anno fa dalla Sicilia, facente capo agli autotrasportatori. E invece ci si è trovati di fronte a migliaia di persone che avevano deciso, il 9 dicembre, di scendere in piazza a oltranza, fin quando i nostri politici non avessero fatto le valigie.
Per la prima volta, che io sappia o abbia visto, migliaia e migliaia di cittadini sono scesi e stanno ancora nelle piazze, sventolando solo una bandiera: il Tricolore. Per i nostri governanti, e per la maggioranza dei media – abituati allo sventolio delle bandiere rosse con falce e martello, alle bandiere rosse della Fiom, e a tutte le altre bandiere più o meno rosse di sindacati e affiliati – vedere sventolare solo una bandiera, quella italiana, ha lasciato basiti e allarmati prima di tutto i nostri governanti, poi i sindacati, e poi anche i giornali. Non si era mai verificato un evento del genere che non fosse organizzato quantomeno da un sindacato, e adesso uscivano fuori come funghi tutti questi agitatori sotto un’unica insegna, il Tricolore.
In un articolo del 20 ottobre scorso, “Solo bla bla bla negli studi televisivi e nelle piazze virtuali”, rimproveravo agli italiani le loro proteste sotto il nome di decine di bandiere, mentre a Sofia i bulgari scendevano in piazza contro il governo con un’unica bandiera, quella nazionale, tricolore anch’essa ma in orizzontale. Oggi, finalmente, anche gli italiani hanno capito che per vincere e ottenere i propri diritti bisogna unirsi sotto quella bandiera. Solo la nostra politicaglia finge di non aver capito, finge di non sapere da dove vengono e chi sono questi agitatori che si presentano con il Tricolore. Non sanno chi sono ma sentono la sedia sotto il morbido sederino che comincia a scottare, per cui Letta si affretta a comunicare che i partiti non ruberanno più i nostri soldi per finanziarsi. Bugiardo!!! Inizieranno solo nel 2017, non subito, perché fra tre anni le cose potrebbero cambiare in meglio! Non sanno quale nuova legge elettorale fare per poterci fregare anche dopo, cercano disperatamente una via d’uscita per i nostri disoccupati e per le nostre imprese, senza avere il coraggio di andare in Europa a rinegoziare i trattati che ci impediscono lavoro e sviluppo.

Ma non credo che questa volta possa passare sotto silenzio quello che sta succedendo in piazza. Questa gente, caro Letta, caro Napolitano, cari presidenti di Camera e Senato, cari politici tutti, non sono l’oggetto misterioso che volete farci credere, non sono agitatori, non sono destabilizzatori né terroristi, sono solo gente normale, italiani che state portando alla miseria,  italiani incazzati che non ne possono più di chiacchiere e prese per i fondelli, italiani ai quali avete rubato la dignità del lavoro, e quelle bandiere tutte eguali sono il loro unico vessillo: la bandiera italiana, il Tricolore. E in nome di quella bandiera dovete sbrigarvi a far funzionare lo Stato, a ripristinare il sistema Italia, altrimenti siete condannati a sparire. 

martedì 10 dicembre 2013

Matteo Renzi e il Chievo Verona


Vi  chiederete perché questo abbinamento tra il giovane segretario del Pd e la società di calcio. Perché entrambi condividono un momento magico.  Renzi  subentra, in pratica, al logoro Bersani, considerando il transeunte Epifani solo come traghettatore momentaneo del partito. Renzi è arrivato come un conquistatore alla guida di un partito, cui erano rimaste poche polveri bagnate e neanche un cerino per accendere la speranza degli ultimi immarcescibili ex-comunisti . Ha stravinto sugli avversari, dando al popolo di sinistra quella carica indispensabile ad uscire dal pantano in cui si è impelagata la politica burocratica arida e attendista prima di Bersani e ora di Letta.
Situazione identica, ma nel calcio, è avvenuta nel Chievo Verona, partito con polveri più bagnate del Pd. Ma da ultimo in classifica, con il cambio di allenatore, la squadra sta tirando un sospiro di sollievo, vincendo con Corini - il Renzi  della situazione - tre partite su tre. Succede spesso, nel calcio, che un nuovo trainer riporti la squadra, sotto la sua guida, a prestazioni  lusinghiere che la trasformano radicalmente, portandola fuori dal pericolo di retrocessione, basta solo che all’interno ci sia entusiamo e concretezza e individuare eventuali giocatori demotivati o che remano contro e metterli fuori rosa.
Oggi Renzi è il Messia della sinistra italiana, giovane, simpatico, grande comunicatore, ha incantato migliaia di delusi, disoccupati, tartassati, sinistrati con il suo intenso programma di riforme e soprattutto promettendo di accantonare la vecchia, inetta e conservatrice classe dirigente. Per ora solo parole. E’ sulla cresta dell’onda ma non ha fatto ancora niente. Il popolo italiano è molto paziente, ma si deve sbrigare, perché i forconi stanno già in piazza e dietro potrebbero spuntare movimenti di gente ancora più incazzata. Deve convincere i suoi compari al governo a “fare”, e in fretta, quello che a parole dicono da anni. Passati - anche per lui - i famosi cento giorni, senza che niente di eclatante sia successo, può dire addio a ogni velleità di future vittorie vere e soprattutto di governance, sarà uno in più nella cricca di briganti che ci governa, e si ricordi che l’Araba Fenice è già risorta ancora più forte di prima.
Riuscirà il Chievo a uscire fuori dalla bassa classifica e salvarsi dalla retrocessione? Se sarà così l’allenatore verrà confermato e la squadra rinforzata, altrimenti tutti a casa.
Noi italiani, oggi, siamo nauseati, disgustati e disperati per questo stillicidio giornaliero, per cui chiunque sia in grado di tirarci fuori dalle sabbie mobili, di destra di sinistra o di centro, costui potrebbe essere la nostra guida per il futuro.
Il primo passo falso, a mio giudizio, l’ha fatto incamerando per il partito i 6 milioni di euro che hanno sborsato i votanti alle primarie. Sarebbe stato giusto prenderli per recuperare le spese organizzative se il Pd non avesse già intascato i milioni spettantigli dai rimborsi elettorali, ma questa somma (che in vecchie lire corrisponde alla bellezza di 12 miliardi) non sarebbe stato utile e gratificante elargirla ai tanti bisognosi che sarebbe lunghissimo elencare? Come inizio non c’è male. Ma forse, tra i tanti problemi che assillano gli italiani, questo gli è sfuggito.
Un altro particolare che gli sfugge è che, pur essendo convinto assertore del bipolarismo, in Italia siamo abbondantemente intrappolati nel tripolarismo, a meno che, con un magico colpo di spugna, non riesca a cancellare i grillini che, come partito singolo, sono stati i più votati.


giovedì 28 novembre 2013

Fine del secondo ventennio?


Passano gli anni e cambiano i metodi. Anche quest’altro dev’esser fatto fuori. E’ la regola, senza eccezioni, per chi – poverino – vuol contrastare quello che una volta era il comunismo, ma che oggi, in Italia, viene più elegantemente chiamato “la sinistra”, quella dei salotti borghesi, quella in cachemire, quella della finanza. E mai nome fu più appropriato, perché già la parola dice tutto. Ieri, infatti, per Berlusconi, è stata proprio una giornata sinistra. Era la fine cui è destinato chi si frappone tra la sinistra e il potere.
Cambiano i metodi, però. Lo impone la civiltà. L’Uomo del primo ventennio fu prima fucilato e poi appeso come un capretto, a testa in giù, a piazzale Loreto, insieme all’amante. Per l’Uomo del secondo ventennio, guarda un po’… anche lui Cavaliere, non potendo fargli fare la stessa fine perché in tempo di pace, ne hanno decretato la morte civile, non a piazzale Loreto, ma in Senato, con ludibrio ed ignominia, come delinquente abituale e mafioso, secondo i duri e puri pentastellati. E gli hanno risparmiato l’amante.
Ricordiamola, questa giornata, perché come nel mondo resterà per sempre impresso l’11 settembre 2001, in Italia sarà una data storica il 27 novembre 2013. Giornate scolpite nella memoria per l’odio animalesco che le accomuna. Non voglio neanche provare a difendere Berlusconi, parto già dal presupposto che sia colpevole, anche perché nessuno al mondo penso possa scagliare la prima pietra. Dopo vent’anni di processi, finalmente l’hanno incastrato e se non fosse stato questo ce ne sarebbero stati e ce ne saranno almeno altri tre, quindi ormai questa magistratura “democratica” l’ha messo alle corde. (Dio!, quanto odio questa parola “democratica”, che dovrebbe essere la più bella per l’uomo, come partecipazione dei cittadini alla gestione del potere, e che invece i trucidi sinistrorsi hanno fatto diventare simbolo di oppressione dei popoli. Come non ricordare le ormai sepolte repubbliche democratiche sorelle dell’Urss, una delle quali proprio la Bulgaria, la meravigliosa nazione che mi ospita?).
Sentendomi perfettamente neutro nei confronti di Berlusconi, mi sono sempre chiesto come mai quest’odio, questo livore nei suoi confronti, da quando è entrato in politica. Ha ragione quando dice che ha dovuto combattere non contro avversari politici, ma contro i suoi nemici. Non si spiegherebbe altrimenti la mole di processi intentati contro la sua persona. Eppure non ci vuole una grande intelligenza, basta un po’ di buonsenso e riflessione per domandarsi: possibile tanta delinquenza, tanta falsità, tanta criminalità, tanta disonestà in un uomo solo in sì breve tempo? Perché poi, una volta condannato, una volta alle corde, questa voglia di finirlo e buttarlo ignominiosamente nella polvere, e mettere subito sopra una pietra tombale? Penso sia soprattutto invidia per i suoi successi, per i milioni di voti che riesce a concentrare, per i suoi soldi, perché ha scombussolato i piani di ascesa al potere dei comunisti nel 1993.

L’ottusità della sinistra nel volerlo combattere, atterrare e umiliare fino in fondo, sarà un boomerang che gli si infrangerà contro alle prossime elezioni, perché quest’uomo, pur fuori dal Parlamento, penso che raccoglierà ancora più voti di prima. L’Araba Fenice doveva morire per rinascere dalle proprie ceneri, ma questo la sinistra non lo sa o non l’ha ancora capito. 

mercoledì 6 novembre 2013

Storie di bulgari in Italia e italiani in Bulgaria

Avevo deciso tempo fa di raccontare la storia di un amico, italiano in Bulgaria, che vive la sua vita tranquilla, e oserei dire felice, da quando vive su questa terra, che molti di noi hanno scelto per trascorrervi la vecchiaia, lontani dai problemi che dovremmo affrontare in patria.
Nel frattempo ho avuto la fortuna di conoscere un uomo, bulgaro in Italia dal 1996, che vive la stessa vita, operosa e molto dinamica, nella provincia pavese, costruendo lì quel futuro per sé e la famiglia, che in Bulgaria difficilmente avrebbe potuto avere.
Sono storie diverse ma parallele, perché portano entrambe, allo scopo che ognuno di noi si prefigge nella vita: la tranquillità, la serenità, il calore della famiglia e la buona sorte di figli bene avviati nel lavoro e nella società; lo scopo, insomma, che gli americani si prefiggono nella loro Dichiarazione d’Indipendenza: il raggiungimento della felicità.

Alvaro in Bulgaria
Con Alvaro, l’amico italiano, ci conosciamo da sei anni. Vecchio ristoratore toscano, 72 anni, anche lui ha lasciato l’Italia per poter sopravvivere, in Bulgaria, con i 750 euro mensili di pensione. Ogni volta che vado a trovarlo, nella sua casa di Ognianovo, provo la sana “invidia” di vedere un uomo tranquillo, che ha trovato in terra bulgara quella serenità e certezza del futuro cui ognuno di noi, alla fine di una vita lavorativa, aspira. Vita vissuta dinamicamente, perché il suo carattere lo porta a fare continuamente qualcosa, così che la vecchia casetta l’ha fatta diventare una bella casa a due piani di circa 120 mq, i mille metri di terra intorno sono diventati un giardino incantato recintato di ligustro, dove coltiva 3 tipi di vitigno, pomodori, cavolo nero, radicchio, carciofi, rosmarino, peperoni, melanzane, salvia, basilico, prezzemolo, aglio, cipolla,zucche e zucchine, piante, alloro, fragole, alberi e fiori bellissimi e quant’altro di buono si possa trovare in un orto intensivo, attrezzatura da falegname, fabbro,  muratore, e adesso anche produzione di miele. E quando un amico arriva, sospende il lavoro e con un sorriso largo e sincero lo accoglie facendolo subito sentire a casa sua, e guai a non fargli compagnia a pranzo, che non è un pranzo normale, perché le sue capacità culinarie fanno diventare prelibatezza una semplice insalata. Due mesi fa è convolato a nozze con quella dolcissima donna che in questi anni è stata la sua compagna di vita, coronando un progetto di vita al quale tutti aneliamo. Anche la Rai si è interessata a lui, ponendolo all’attenzione di quanti in Italia, con quella misera pensione, devono adeguarsi a una vita stentata e senza futuro. Mi auguro che il suo esempio convinca tanti altri pensionati a fare il grande salto. Cosa si può desiderare di più dalla vita, alla nostra età?






Mitko in Italia
L’ho conosciuto perché voleva due copie del mio libro “Scoprire la Bulgaria”. Quando ha saputo che vivevo a Pazardjik mi ha detto che sarebbe venuto a prenderli personalmente il sabato seguente, perché lui abitava a Septemvri, una cittadina distante 20 chilometri. Quando sono arrivati e hanno suonato il campanello, ho aperto invitandoli a entrare, lui Mitko e il figlio Trayko. Sono rimasti sulla porta perché non volevano disturbare, ma alle mie insistenze finalmente sono entrati. Tutti e due parlano un buon italiano. “Sono curioso di conoscervi. Mi scrivete, volete due copie del mio libro, parlate italiano… ditemi qualcosa di voi, vivete a Septemvri o in Italia? O forse avete lavorato in Italia…”. Così Mitko, il padre inizia a raccontare: “Vivo in Italia dal 1996, sono andato per un breve periodo e invece sono rimasto lì definitivamente. Ho fatto per anni il camionista a tempo pieno, ma con questa crisi il lavoro scarseggia, così adesso per sei mesi faccio il camionista, gli altri mesi li occupo con la vendemmia e con la raccolta del pomodoro, bisogna arrangiarsi a fare di tutto perché le spese corrono. Adesso viviamo tutti in Italia io mia moglie e i due figli. Con tanti sacrifici abbiamo comprato casa e gli impegni non mancano. Però abbiamo sempre casa a Septemvri, dove vive mia madre e appena possiamo facciamo sempre una scappatina in Bulgaria… c’è da raccogliere anche qui l’uva e fare il vino e anche la rakia”. Accanto a me questo ragazzone. “Tu cosa fai, aiuti tuo padre in Italia?”. “No, ho 25 anni e mi sono appena laureato, dentista. Adesso cercherò di prendere la specializzazione in Italia”. L’altra figlia, anch’essa laureata e sposata, dirige in un’azienda un reparto per la produzione di cosmetici. Mi invitano con insistenza ad andare a trovarli a casa loro a Septemvri prima che ripartano per l’Italia. Accetto volentieri e anche lì trovo la solita casa con annesso terreno, come ce ne sono migliaia in Bulgaria. Mitko sta finendo di distillare la rakia. Ci accolgono insieme alla madre, la dolce e sorridente signora Zabrinka. Mentre attendiamo che arrivino altri parenti la tavola si riempie di ogni cosa e siamo continuamente invitati a bere. Così è la gente di Bulgaria. Se vai a casa loro devi per forza mangiare e bere, che siano povere o ricche vivande, è tutto dato con il cuore e con il sorriso. I parenti che arrivano sono venuti anche loro in Italia, ingaggiati per un mese nella raccolta dell’uva. A fine serata saluti affettuosi con tutti e l’immancabile bottiglia di vino e l’altrettanto immancabile bottiglia di rakia (domashni  - fatti in casa) che il padrone di casa ci offre con il cuore.

Due vite, due storie di gente, italiani e bulgari, che sono e si sentono vicini, ma viaggiano in senso opposto: il pensionato italiano che arriva in Bulgaria e il giovane bulgaro che parte per l’Italia, ambedue con una speranza in comune, trovare un luogo che permetta loro di vivere dignitosamente.
E molte volte la speranza diventa realtà.