domenica 11 ottobre 2026

ACCADDE 75 ANNI FA...




Dieci anni e avevo appena finito la quinta elementare. Abitavo a Burgio, un piccolo paesino della Sicilia, dove nel 1951 regnava sovrana la povertà. In verità la nostra famiglia non ha mai sofferto la fame, ma soldi ne giravano pochi, mio padre piccolo commerciante e mia madre con una piccola bottega, da noi chiamata putìa, con la quale per il 60% si incassava quando avveniva il raccolto, nel frattempo su un libro si segnava il conto della merce venduta.

Il problema che si poneva ai miei genitori era se farmi continuare a studiare oppure trovare un lavoro, perché queste erano allora le alternative. I miei cugini più grandi e già diplomati o laureati volevano che io assolutamente continuassi a studiare, anche perché avevo finito le elementari un anno prima e presentavo ottime doti per riuscire, nella vita, a elevare le mie condizioni sociali.

Come fare? I soldi per continuare gli studi non bastavano e avrebbero messo in crisi la famiglia che oltre me comprendeva anche mio fratello, più piccolo di tre anni. Per andare alle scuole medie bisognava andare a Ribera, una cittadina più grande distante 20 chilometri da Burgio. Ma c’era anche la possibilità di andare a studiare in collegio con una spesa molto più contenuta, circa 3.000 lire. Per andare in collegio, molto frequentato a quei tempi proprio per la ragione suddetta, bisognava avere la vocazione.

La vocazione era, praticamente, la chiamata di Dio al sacerdozio, così che potevo alla fine degli studi, diventare prete ed esercitarne le funzioni. Una lontana parente era già entrata nella Pia Società San Paolo ed era diventata una monaca paolina, per cui i miei genitori si convinsero a mandarmi a Catania, e precisamente a Cibali, in questo Istituto. Il fatto che io avessi la vocazione o no a farmi prete era secondario, perché un bambino di 10 anni sarebbe stato facilmente manipolato.

Così, condotto in macchina da un mio cugino, con mia madre al fianco e un baule di vestiario nel portabagagli, l’11 ottobre del 1951 feci il mio ingresso nell’Istituto.

Questa è la data esatta che ha scandito, come un orologio, il mio futuro percorso di vita.

Non sto qui a rievocare lo stato d’animo di un bambino di 10 anni e un mese, lasciato solo tra sconosciuti, lontano da casa, dagli amichetti e dagli affetti familiari; ma anche queste tensioni iniziali, poco alla volta, divennero sempre più deboli, fino ad integrarmi totalmente nella vita di istituto insieme ai nuovi compagni di scuola e agli insegnanti sacerdoti. La vita collegiale si svolgeva tra studio e lavoro, che era chiamato apostolato. Il nostro apostolato consisteva in tre ore di lavoro ogni mattina in tipografia, perché l’Istituto era la Pia Società San Paolo, conosciuta da tutti soprattutto per la stampa e la televisione, le Edizioni Paoline che tuttora stampano la rivista Famiglia Cristiana, altre riviste e tantissimi libri.

Dopo due mesi di approccio alla stampa iniziando dalla base, il mio maestro mi propose di andare a lavorare alla Lyno. Non sapevo cosa fosse e mi indicò una macchina tipografica per me immensa, con una tastiera di 90 tasti che serviva per stampare su righe di piombo tutto quello che poi si sarebbe letto sui libri, riviste o giornali. Accettai e dal giorno successivo iniziai il mio apprendistato su quella macchina che era la Linotype. Seduto sulla sedia davanti a quella tastiera, i miei piedi dondolavano perché non arrivavano per terra. Quando si parla di sfruttamento giovanile, mi viene da pensare a quegli anni, che per me in verità sono trascorsi anche piacevolmente, perché lo studio mi piaceva così come il lavoro alla linotype, del quale mi sarei innamorato.

Nel 1955, dopo il quarto ginnasio, fui trasferito a Roma per continuare gli studi. Qui ebbi l’occasione di conoscere il fondatore dell’Istituto, don Giacomo Alberione, oggi assurto nella Chiesa al titolo di Beato. Erano trascorsi quattro anni e il bambino stava diventando un ragazzo con tutti i problemi dei ragazzi di quell’età, e quella vocazione nella quale per un buon periodo avevo creduto di avere, adesso cominciava a scemare. Cominciavo a pensare agli innamoramenti che già a 8 anni avevo e che adesso ritornavano prepotenti nei miei pensieri, così forti da comunicare al mio maestro la mia volontà di abbandonare l’Istituto. Cercarono in tutti i modi di trattenermi dicendo di pregare la Madonna, mi mandarono anche dal Primo Maestro don Giacomo Alberione, e qui posso dire di aver conosciuto veramente un sant’uomo, anziano, minuscolo di statura, sempre con un sorriso dolcissimo, ma neanche i suoi consigli e le preghiere riuscirono a penetrare la mia anima. Il giorno dopo l’esame di quinto ginnasio, il maestro mi comunicò che dovevo lasciare l’Istituto, chiedendomi quali fossero i miei parenti più prossimi. Risposi che avevo gli zii a Nettuno e dopo due giorni, raccolte le mie cose, con una giardinetta e il mio baule mi accompagnarono a piazza Manfredo Fanti, dove partivano i pullman per Nettuno. Era il 6 giugno 1956.

Sorvolo sul fatto che abbiano abbandonato solo un ragazzino non ancora quindicenne, ignaro del mondo che avrebbe affrontato o delle persone che avrebbe incontrato, visto che aveva trascorso l’infanzia tra le mura del collegio. Fortunatamente allora i quindicenni erano ragazzi calmi ed educati, che ci sono tuttora, ma adesso abbiamo anche le babygang e i maranza. Arrivai a Nettuno e trovai zio Antonio che mi ospitò a casa sua per un breve periodo, ormai gli studi non potevo più continuarli perché mancava la pecunia, ma dopo una settimana avevo già trovato lavoro in una linotypia a Roma. A quei tempi trovare lavoro era molto facile, sia in nero che con regolare assunzione. Il mio, poi, era anche un lavoro specializzato e quindi ancora più facile da trovare.

Il 13 giugno 1956, non ancora quindicenne, il lavoro mi venne incontro con un orario di 12 ore a notte. Sì, perché l’impatto è stato questo ed è durato 12 anni. Si potrebbe pensare che abbia fatto tantissimi straordinari, ed è vero, ma pagati sempre alla stessa tariffa oraria oppure lavorando a cottimo, non c’erano tutte le garanzie odierne per chi lavorava, anche se oggi siamo sempre lontani dal minimo sindacale. Effettivamente a quell’età guadagnavo un sacco di soldi, da poter mantenere una famiglia, ma un ragazzo di 15 anni come poteva gestire quel denaro? Per prima cosa da Nettuno mi sono trasferito a Roma, andando in pensione completa presso una famiglia, che era ben felice di potersi curare di me per la somma di 30.00 lire mensili, quindi tutto il resto finiva divertendosi e spendendoli con amici studenti squattrinati e dietro a qualche furbacchiona che approfittava della mia prodigalità.

Ma nel 1958 mia madre, una donnina piccola ma battagliera, che a casa chiamavamo il carabiniere, chiuse la bottega e venne a Roma con mio fratello studente. L’anno successivo arrivò anche mio padre. Da allora la nostra vita è continuata, tra alti e bassi, affrontando tutti i problemi quotidiani, mio fratello si è laureato mentre io ho continuato la mia professione, che è poi evoluta in Fotocomposizione con l’avvento dei computer e dell’informatica.

Adesso sono in pensione, gli eventi della vita mi hanno portato ad espatriare in Bulgaria, dove vivrò fin quando a Dio piacerà.

Ma oggi ho voluto commemorare il mio amarcord, proprio perché da quella data è iniziato il destino della mia vita, avendo appreso, insieme agli studi, il mestiere di Linotypista, che mi ha permesso, tra le tante vicende umane felici e dolorose, di raccontare sommariamente che tutto ha avuto inizio da quell’11 ottobre 1951.














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